| introduzione al DIALETTO ROMANESCO |
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ultimo aggiornamento 29 dicembre 2000 |
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- IL RADDOPPIO DI CONSONANTI
Il suono del romanesco è più duro dell'italiano: i vocaboli che iniziano per consonante + vocale, se precedute da vocale, spesso enfatizzano la suddetta consonante rinforzandone il suono.
Alcuni esempi:
qualche cosa
e poi
se proprio
con tanta fatica
un uomo buono
quarche ccosa
e ppoi
si ppropio
co ttanta fatica
un omo bbono
Le regole che disciplinano l'uso del raddoppio sono estremamente complesse, essendo basate sulla combinazione di fonetica e grammatica.
Il raddoppio di alcune consonanti si rende graficamente in modo particolare:
- Il raddoppio non avviene se la vocale che precede la consonante appartiene ad articoli, aggettivi, pronomi personali e dimostrativi, numeri:
la casa; le case
bella casa; belle case
la mia casa; la tua casa
questa casa; queste case
una casa; due case
la casa; le case
bella casa; belle case
la mi' casa; la tu' casa (cfr. ELISIONI)
sta casa; ste case
'na casa; du' case
- Fa eccezione la consonante "b", per la quale il raddoppio ha luogo in ogni caso:
la barca; le barche
bella barca; belle barche
la mia barca; la tua barca
questa barca; queste barche
una barca; due barche
la bbarca; le bbarche
bella bbarca; belle bbarche
la mi' bbarca; la tu' bbarca
sta bbarca; ste bbarche
'na bbarca; du' bbarche
- Il raddoppio solitamente avviene se la vocale precedente appartiene ad una preposizione o ad una congiunzione:
a casa
per casa
che casa!
giardini e case
a ccasa
pe ccasa
che ccasa!
giardini e ccase
- Dopo le preposizioni "da" e "di" (romanesco de), però, il raddoppio non avviene:
da casa a casa
di casa
da casa a ccasa
de casa
- Se la vocale appartiene ad un verbo, c'è raddoppio solo quando questa in romanesco è accentata (a tale riguardo si tengano in considerazione le differenze di inflessione verbale con l'italiano):
è casa mia
era casa mia
sarà casa mia
è stata casa mia
comprare casa
pulire casa
vendere casa
è ccasa mia
era casa mia
sarà ccasa mia
è stata casa mia
comprà ccasa
pulì ccasa
vénne casa
- Se ad essere rinforzata è la lettera "q", molti autori preferiscono scrivere cq... (in ottemperanza all'ortografia italiana) o persino omettere il raddoppio, piuttosto che scrivere qq...:
se qualcuno di voi
ma quando si parte?
si cquarcuno de voi oppure si quarcuno de voi
ma cquanno se parte? oppure ma quanno se parte?
- Se la lettera "s" dev'essere rinforzata, può diventare "z" se è preceduta da consonante (cfr. anche CAMBIO DI "S" CON "Z"):
il sonno
un soldo
nel sugo
col signore
er zònno (ma anche er sònno)
un zòrdo (ma anche un sòrdo)
ner zugo (ma anche ner sugo)
cor ziggnore (ma anche cor siggnore)
- Se "s" segue una vocale, raddoppia come qualsiasi altra consonante:
si può sapere
se sento qualcuno
quattro e sette, undici
se pò ssapé
si ssento quarcuno
quattr'e ssette, undici
Tale regola non è affatto rigorosa, e anzi è sempre più invalso l'uso di abbandonare la grafìa "ss" all'inizio del vocabolo, ma viene comunque pronunciata come se lo fosse.
- Anche il gruppo "gn" può raddoppiare, e il suo suono viene reso graficamente con ggn, sebbene la combinazione vocale + gn... in romanesco occorra assai di rado :
gli gnocchi
li ggnocchi
Il raddoppio viene spesso applicato anche in altre parti del vocabolo:
vocabolario
roba
accelerato
Michele
ognuno
moltiplicato
numero
vocabbolario (...un classico del dialetto romanesco)
robba (un altro classico)
accellerato
Micchele
oggnuno
moltipplicato
nummero
In alcuni gruppi il raddoppio avviene costantemente, almeno dal punto di vista della pronuncia.
- In "gn", la "g" raddoppia (come già detto sopra):
ragno
campagna
pigna
Agnese
raggno
campaggna
piggna
Aggnese
- I vocaboli terminanti in ...izio, ...izia, ...izie, ...izi, raddoppiano la "z":
esercizio
amicizia
vizi
pulizia
esercizzio
amicizzia
vizzi
pulizzia
Ciò non accade, invece, se la "z" è preceduta da consonante (solitamente "n"): mercanzia, dolenzia, ecc. rimangono tali.
In un minor numero di casi, è una doppia consonante nella parola italiana a divenire singola in romanesco:
uccello
davvero
quattrini
ucello
davero
quatrini (o quadrini)
DIALETTO MODERNOLe consonanti doppie all'inizio di vocabolo non vengono più scritte, ma sono comunque pronunciate con forza, enfatizzate. È anche invalsa la tendenza ad abbandonare alcuni raddoppi enfatici all'interno vocabolo, ma anche in questo caso il suono ne è rimasto integro.
Al contrario, un curioso cambiamento occorso è il dimezzamento della doppia "r", che si incontra in molti vocaboli:
terra
guerra
carrettiere
terrazzo
errore
tera
guera
carettiere
terazzo
erore
(romanesco classico: terra, invariato)
( " " )
( " " )
( " " )
( " " )
Anche fra i romani, in molti erroneamente ritengono che questo sia un fenomeno di pronuncia "innato" del romanesco; in realtà è venuto affermandosi solo dagli inizi del XX secolo, non trovandosene alcuna traccia nei Sonetti di G.G.Belli (secolo precedente), cominciandosi a notare nelle opere di Trilussa, e divenendo ancor più evidente nei monologhi di Ettore Petrolini.
- ELISIONI ED ACCORCIAMENTI
Molti vocaboli subiscono una perdita dell'ultima lettera, solitamente una vocale, quando sono seguiti da altro suono. Altri, invece, subiscono elisioni al principio. In tutti i casi si tratta di modifiche atte a rendere foneticamente più cadenzata la pronuncia, o ad eliminare alcuni gruppi consonantici che i romani non pronunciano volentieri (vedi anche SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI).
- La preposizione per è sempre accorciata in pe (eventualmente rinforzata in ppe): per mangiare e per bere diventa pe mmaggnà e ppe bbeve; ecc.
In tempi più recenti si tende ad usare l'apostrofo, nella forma pe' (una vera elisione).
- Gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo sono sempre elisi in mi', tu', su' se precedono l'oggetto o la persona posseduti:
il mio libro
le tue sorelle
il suo giardino
er mi' libbro
le tu' sorelle
er su' ggiardino (su' non è mai espresso zu')
- I pronomi questo, questa, questi, queste, subiscono solitamente un'aferesi: 'sto, 'sta, 'sti, 'ste:
questi fatti
questa casa e questo giardino
'sti fatti
'sta casa e 'sto giardino
- Diversi vocaboli, e soprattutto le inflessioni verbali, vengono elisi quando seguiti dalla preposizione a e dai suoi composti al, alla, ecc. (cfr. anche il paragrafo I VERBI):
stanno a casa
vengo a mangiare da voi
quando alla sera fa buio
andavamo a scuola
grazie al cielo li ho trovati
l'ha detto a mia suocera
stavano al mare
stann'a ccasa
veng'a mmaggnà dda voi
quann'a la sera fa bbuio
annavam'a scola
grazzi'ar cèlo l'ho ttrovati
l'ha dett'a mmi sòcera
staven'ar mare
Non tutte le inflessioni, però, seguono questa regola: ne sono esentate soprattutto quelle monosillabiche:
vieni a dormire
sta a Viterbo
lo do' a tuo fratello
viè a ddormì
sta a Vviterbo (pronunciato come se fosse un'unica "a")
lo do' a ttu' fratello
Ne sono esentate anche quelle inflessioni (soprattutto quelle tronche) o quei vocaboli che, se venissero elisi, risulterebbero incomprensibili:
mangerò a casa
gli parlerà al telefono
non va più a scuola
se a mezzogiorno vieni qua
maggnerò a ccasa
je parlerà ar telefono (pronunciato come un'unica "a")
nun va ppiù a scola
si a mmezzoggiorno venghi cqua
Invece, se al verbo è unita una particella pronominale, la preposizione a causa sempre l'elisione di quest'ultima:
portalo a casa
andiamoci a divertire
spingiamolo a turno
stalla a sentire
vienimi a cercare
portel'a ccasa
annames'a ddivertì
spiggnémel'a tturno
stall'a ssentì
viemm'a ccercà
Tale elisione non sempre si applica al dialetto scritto, ma nel dialetto parlato la pronuncia rimane quella anzidetta.
- L'avverbio dove subisce un'elisione, ma solo dopo essere stato "allungato", ed esiste quindi in diverse forme:
- indove, la forma non elisa più classica, usato generalmente da solo o tutt'al più seguito dalla particella enfatica ahò con valore esclamativo (cfr. anche IL VOCATIVO):
dove?
dove?
indove?
indove, ahò? (più enfatico)
- andove, corruzione del precedente, più usata in tempi recenti:
dove?
dove?
andove?
andove, ahò? (più enfatico)
- le due forme suddette subiscono elisione quando precedute e seguite da altro vocabolo, sicché del nucleo originale rimane solo 'ndo'.
Tale forma è così comune da essere usata anche quando non è preceduta da alcun suono (quando cioè la prima elisione non sarebbe richiesta).
Nonostante si tratti di un'autentica doppia elisione, la forma è spesso graficamente resa con 'ndò, oppure 'ndo.
Se poi questo è seguito da una vocale, si elide ulteriormente in 'nd', un breve suono appena percettibile nel dialetto parlato, ma che un orecchio allenato coglie facilmente.
perché, dove vanno?
dove stanno?
dove stanno?
dove andiamo?
dove andiamo?
perché, 'ndò vanno?
indo' stanno? (o ando' stanno?, o anche 'ndò stanno?)
ahò, 'ndò stanno? (come sopra, in forma più enfatica)
and'annamo? (o 'nd'annamo?)
ahò, 'nd'annamo?
- Il vocabolo che (sia esso congiunzione o pronome relativo) viene eliso se seguito da un verbo che comincia per vocale. Il risultato è ch', anche se la vocale seguente è una "a", una "o" oppure una "u":
so che apri una bottega
quello che esce
penso che uno di quelli andrà bene
che osteria è?
dice che è questo
so ch'apri 'na bottega
quello ch'esce
penzo ch'uno de quelli anderà bbene
ch'osteria è?
dice ch'è questo
- Quando un vocabolo termina per vocale ed è seguito dall'articolo er, talora l'ultima vocale o la lettera "e" si elidono, prendendo l'apostrofo.
In genere è la prima "e" dell'articolo a cadere:
la moglie e il marito
il cane e il gatto
la moje e 'r marito
er cane e 'r gatto
(la congiunzione e, infatti, non può essere elisa).
Talora non si elide nessuna vocale e non vi è nessun cambiamento di rilievo: volete il sale o il pepe? può diventare volete er zale o 'r pepe?, ma può tranquillamente rimanere: volete er zale o er pepe?.
- L'articolo er può perdere la "r" finale, se il nome che segue comincia anch'esso con la stessa consonante:
il re
il rampino
il rumore
e' re, ma anche er re
e' rampino, ma anche er rampino
e' rumore, ma anche er rumore
Tale regola è comunemente applicata soprattutto nel romanesco moderno.
- I vocaboli che cominciano per "i", quando sono preceduti da un'altra vocale, subiscono spesso un'elisione della loro iniziale. Tale fenomeno si verifica pressoché sempre se a precedere la "i" è una "e" (perché il suono è abbastanza simile). Ovviamente l'incontro "...e i..." deve avvenire nella versione romanesca.
qui si impara il mestiere
quando stiamo insieme
s'è inzaccherato il vestito
le infilò una mano in tasca
ma di che t'impicci?
per entrargli in casa
qui sse 'mpara er mestiere
quanno stamo 'nzieme
s'è 'nzaccherato er vestito
je 'nfilò 'na mano 'n tasca
ma dde che tte 'mpicci?
pe entraje 'n casa
- L'avverbio non, che in romanesco diventa nun, viene a volte eliso foneticamente in nu' quando è seguito dalle consonanti "l", "m", "n" ed "r". In tal caso, "m" ed "n" raddoppiano il loro suono (ad esempio nun + m... darà nu' mm...):
non mi piace
non mi toccare!
non ne so niente
non lo so
non la guardare!
non lo conosco
non ridere!
nu' mme piace
nu' mme toccà!
nu' nne so ggnente
nu' lo so
nu' la guardà!
nu' lo conosco
nu' ride!
Alcuni autori preferiscono continuare a scrivere nun me, nun lo, nun la, ecc., confidando nella conoscenza da parte del lettore della pronuncia suindicata.
Tali cambiamenti di non verranno ribaditi nel paragrafo dei verbi, a proposito del modo imperativo.
- Il numero cardinale due perde la "e" davanti a qualsiasi altro nome (come per il pronome mio):
due uomini
due botti
due galline
du' ommini
du' botti
du' galline
Allo stesso modo, gli altri numeri che terminano per vocale la perdono, ma solo se seguiti da un'altra vocale:
cinque anni e cinque giorni
otto e mezzo
otto cappelli
cinqu'anni e cinque giorni
ott'e mmezzo
otto cappelli (senza elisione)
Si noti anche negli esempi suddetti come la forma du' rimane solitamente separata dal nome che segue, mentre per gli altri numeri l'elisione ne provoca l'unione alla parola seguente.
Sempre il vocabolo due, nella forma arcaica del dialetto, quando non seguito da altro suono diventa spesso dua: dammene due diviene dammene dua, ecc.
- Quando due nomi sono strettamente legati per associazione di idee, o perché parte di un modo di dire comune, il primo dei due talora perde la vocale finale; ciò conferisce alla pronuncia dell'espressione un ritmo molto più cadenzato:
il padrone di casa
Fontana di Trevi
un boccone di pane
un bicchiere di vino
er padron de casa
Fontan de Trevi
un boccon de pane
un bicchier de vino
Si noti come non vi sia elisione (quindi niente apostrofo), ma un semplice accorciamento.
Questa regola non è fissa (ad esempio si può benissimo dire un boccone de pane, o er padrone de casa), e va perdendosi col tempo.
- In genere, la parola ogni perde la "o" e diviene 'gni, anche nelle parole composte: ogniqualvolta diventa 'gniquarvorta, ecc.
- Nel vecchio dialetto la parola bisogna perdeva la "so" centrale, rimanendo bigna (o biggna, secondo la corretta pronuncia). Oggi è inusuale.
- IL VOCATIVO
Nella lingua parlata la frase viene aperta molto frequentemente da una locuzione vocativa. Se questa è rivolta ad una persona specifica, la forma più usata è quella in cui il nome dell'interlocutore, troncato alla penultima sillaba, è preceduto dalla particella vocativa a (equivalente all'italiano o):
Signore,...
Ragazzi,...
Piero,... (o Pietro,...)
Giovanni,... (o Giovanna,...)
A siggno',...
A rega',...
A Pie',...
A Giova',... (o A Giuva',...)
Spesso la vocazione viene ulteriormente rafforzata anteponendovi la particella ahó... (che equivale a ehi...):
Ehi, Francesco,...
Ehi, signore...
Ehi, ragazzi...
Ahò, a France',....
Ahó, a siggno'...
Ahó, a rega',...